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Blog dedicato al Wuxia e al Chambara, sia come generi cinematografici che letterari.

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Nome: Francesca Angelinelli
Nota anche come Adele Scherz e Hikaru Hino.
Perito agrario, archeologa mancata e scrittrice.
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pubblicato martedì, 28 luglio 2009, 09:19
Giappone, XII secolo. Due clan rivali si scontrano per il controllo di Kyoto. La fazione degli Heike si impone sui rivali Genji ma il ponte Gojoe alle porte del loro territorio sembra essere infestato da un misterioso e sanguinario spirito che decapita chiunque tenti di attraversarlo. L’intera regione vive nel terrore. L’unica via di salvezza sembra essere il monaco buddista Benkei, una tempo sanguinario e valoroso guerriero, ora in cerca di redenzione.
Questa è la rivisitazione di una delle leggende più conosciute del giappone feudale: lo scontro sul ponte Gojoe di Kyoto tra il monaco guerriero Benkei e le forze demoniache reincarnate. Lo scontro si situa subito dopo la vittoria del clan Heike, dopo il misterioso ritrovamento delle guardie messe di sentinella sul ponte, tutte morte decapitate. Intanto due comete si avvicinano minacciosamente alla terra... Il monaco maledetto Benkei si sente chiamato allo scontro e parte alla volta di Gojoe...



Visto ieri sera e subito amato. In parte perchè mette in scena due personaggi storici e della tradizione, Benkei e Yoshitsune, che da sempre mi hanno affascinata e in parte perchè l'ho trovato un film di qualità di molto superiore alla media dei chambara che vengono doppiati in Italia. La regia, seppur lenta e tipicamente giapponese, riesce a catturare lo spettatore e a narrare la storia in modo chiaro e fluido. La recitazione, merito di un Tadanobu Asano in splendida forma, non è mai teatrale e tutti i personaggi risultano credibili. La tensione viene mantenuta alta dagli scontri all'arma bianca, nei quali gli schizzi di sangue splatter e vagamente cyberpunk non disturbano, ma concorrono a dare forza alla finzione magico-leggendaria nel quale la storia vuole trasportare lo spettatore. Tutto perfetto, insomma. Con un finale geniale, per tutti coloro che conoscono la storia di Benkei e Yoshitsune perchè la finzione cinematografica rispetta il realismo storico con un colpo di scena davvero interessante.
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tags: cinema
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pubblicato domenica, 10 maggio 2009, 17:40

Giappone, 1966.

Inizio con il dare l’anno di pubblicazione di questo film per sottolinearne alcuni aspetti. Watari è un chambara con elementi che si possono definire fantasy. In questa pellicola i ninja sono considerati quasi dei maghi e hanno poteri soprannaturali. Per cui il film anche dal punto di vista tecnico ha richiesto l’uso di alcuni “effetti speciali” per creare scene spettacolari. Questi effetti speciali sono per lo più trucchi di montaggio (che possono essere paragonati a certi espedienti usati in pellicole americane come Pomi d’Ottone e Manici di Scopa o la stessa Mary Poppins). All’occhio di uno spettatore contemporaneo alcune scene possono quindi sembrare brutte, poco realistiche, posticce e anche un po’ pacchiane. Ma è importante, vedendo Watari, ricordare che è un film giapponese del 1966 e quegli effetti che ai nostri occhi sono fasulli, all’epoca erano qualcosa si sorprendente che colpiva gli spettatori, specie se molto giovani. Anche dal punto di vista dei fondali, delle scenografie, del trucco e della recitazione Watari presenta degli aspetti molto teatrali che possono far sembrare ridicole alcune scelte adottate se non si tiene conto dell’età di questa pellicola. Che in realtà è molto bella, avvincente, avventurosa e divertente.

Tratto dal manga di Sampei Shirato (già autore di Sarutobi Sasuke), Watari è un film che si rivolge ai ragazzi e racconta la storia di un ragazzo ninja, Watari, appunto. Questa pellicola, a differenza di quanto si potrebbe pensare per via di alcuni elementi di contattato con la più famosa serie del maestro giapponese, non vuole affatto essere la versione cinematografica di Sasuke, proprio perché porta sullo scherzo un’esperienza narrativa molto diversa del mangana Shirato.

In Sasuke, come in altre sue opere, Sampei Shirato punta sul realismo. Non dimentichiamo che in Sasuke le tecniche ninja vengono di volta in volta spiegate per farle apparire il più plausibili possibili allo spettatore e per sottolineare che non sono trucchi, ma abilità e conoscenze acquisite con la pratica e lo studio. In Watari invece Shirato ha dato sfogo alla fantasia.

Ci troviamo nel Giappone feudale, in un feudo della regione di Iga governato da un crudele signore che sfrutta i ninja (qui maghi dotati di poteri magici) per i suoi scopi. Watari è un ragazzo ninja molto dotato, che vive con il nonno (ninja a sua volta), e un giorno assiste all’assassinio da parte della “squadra della nuvola” di un loro ex compagno che, sembra, abbia tradito il codice dei ninja. Nonno e nipote vengono in possesso del messaggio lasciato dal traditore che svela il segreto del signore del castello e del suo rivale e così sono coinvolti nella lotta che vede contrapposte le due fazioni ninja. Durante la storia Watari fa amicizia con il giovane capo di una scuola di ninja, ma si trova anche ad affrontare avversari molto più potenti di lui. Forte delle sue abilità, e dell’aiuto del nonno, riesce a sconfiggerli e, alla fine, a rivelare la vera identità del malvagio che sta dietro il complotto dei due signori rivali. La verità trionfa e la faida dei ninja trova così la giusta conclusione.

Sono stata sbrigativa per non rivelare troppo a chi volesse vedere questo film, disponibile anche in Italia.

La storia, a dire il vero, può apparire buffa perché questo ragazzino, abilissimo, per carità, ma pur sempre bambino, riesce ad avere la meglio di ninja potenti come demoni, che hanno saputo abbattere avversari con maggiore esperienza di Watari. Tuttavia sta tutto nella finzione della storia che è, appunto, una storia per ragazzi, dove il ragazzo è l’eroe che deve sconfiggere il male, aiutato da coloro che incontra sul suo cammino.

È, in un certo senso, antesignano di Naruto per via degli elementi fantastici inseriti nella storia. E anche Yoko, terribile vice-capo dalla natura intrigante e malvagia, potrebbe essere a tratti un Orochimaru ante-litteram.

Consigliato quindi agli appassionati e a chi non disprezza film con qualche anno sulle spalle.

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tags: cinema
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pubblicato sabato, 28 marzo 2009, 15:04

Ma che carino questo film di arti marziali per ragazzi! Con un Jet Li giovanissimo!

Sono rimasta colpita perché, oltre a essere molto simpatico, è un film, appunto, per ragazzi. Diverso da film di kung fu che ho visto finora, dai wuxia d’annata, ma anche dai raffinati wuxia più recenti.

Non so esattamente quando sia stato girato, ma credo nella seconda metà degli anni ’90. Non spicca certo per affetti speciali elaborati, ma comunque si lascia guardare con grande piacere.

Dunque, l’antefatto: il giovane maestro Qwan, esperto di arti marziali della scuola Shaolin, torna trafelato al suo villaggio, solo per scoprire che la sua intera famiglia e tutte le persone che conosceva sono state uccise dai soldati imperiali. Solo suo figlio, ancora piccolo, è scampato alla strage, perché messo al sicuro in un nascondiglio segreto. Qwan sa che da quel momento la sua sarà una vita sempre in fuga, di lotta e dedita alla vendetta, per cui mette subito alla prova il piccolo Ting: se sceglierà il suo giocattolo lo ucciderà per far sì che raggiunga sua madre nel regno dei cieli, se sceglierà la spada lo inizierà alle arti marziali e insieme combatteranno contro il governo tirannico. Il bambino sceglie la spada e così Qwan si prepara a partire, ma, prima ancora di mettersi in viaggio, deve affrontare il traditore Yin Lin che ha venduto il villaggio ed è passato dalla parte degli imperiali. Qwan, grazie alla sua abilità e una lancia quasi magica, sembra averlo sconfitto, ma Yin Lin in realtà non è morto.

Passano gli anni e ritroviamo Qwan e il figlio, Ting, in una cittadina. Qui i due entrano a far parte del personale della casa di un ricco signore il quale ha un figlio, Chu, che viene segretamente istruito dai banditi monaci Shaolin, e che si è appena portato in casa una ragazza, Rosabella, che, oltre ad essere un’esperta di arti marziali, è anche una truffatrice. Mentre Qwan cerca di mettere un freno agli intrighi di Rosabella e di sua madre, pur essendo sempre più attratto da lei, Ting se la deve vedere con il figlio del padrone. Come tutti i ragazzi in un primo momento i due si studiano e misurano le rispettive forze, ma le arti marziali finiranno per unirli.

Infatti Chu è uno dei cinque prescelti del Tempio Shaolin sulla cui schiena sono stati tatuati i frammenti della mappa che conduce al tesoro dei ribelli. Solo se il governo riuscirà a catturare tutti e cinque i ragazzi potrà avere la mappa completa e arrivare al tesoro, mettendo così in ginocchio i monaci Shaolin. Ma, mentre Chu, vive al sicuro nella residenza paterna, gli altri quattro ragazzi sono messi in pericolo dai soldati imperiali, aiutati da un redivivo Yin Lin reso invincibile (e mostruoso) da una strega, che attaccano il Tempio Shaolin e uccidono i monaci e il maestro.

I ragazzi si rifugiano quindi da Chu e dopo essere stati tutti sconfitti da Ting lo riconoscono come loro fratello nelle arti marziali. Per questo, anche quando gli intrighi di Rosabella costringono Ting e Qwan a lasciare la residenza, il ragazzo non può ignorare che i suoi amici sono in pericolo e, insieme al padre, torna per affrontare i soldati imperiali e Yin Lin. Tuttavia il terribile mostro riesce a catturare Ting e quattro dei ragazzi, mentre Qwan porta in salvo Chu e una Rosabella ferita.

Inizia qui una nuova fase del film. Rosabella ormai ha deciso di abbandonare la sua vita di truffatrice per amore di Qwan, mentre la madre si unisce a loro in nome del tempo in cui anch’essa era un’esperta di arti marziali. Scopo del piccolo gruppo è liberare i ragazzi e condurli in un luogo chiamato “Padiglione del Drago Rosso” dove i ribelli li raggiungeranno e prenderanno i cinque prescelti sotto la loro protezione. La fuga ha successo, ma Yin Lin e i soldati imperiali stanno alle costole del gruppo di fuggiaschi e, anche quando i ribelli del maestro Chan li raggiungono per aiutarli, nulla possono contro il terribile Yin Lin. La Nonna (madre di Rosabella) si sacrifica per salvare i ragazzi in uno scontro con il comandante dei soldati, mentre Qwan affronta il rivale di sempre. Tra colpi di scena e duelli che tengono col fiato sospeso i piccoli Shaolin, Qwan e Rosabella, aiutati dal maestro Biao, riusciranno a sconfiggere il nemico e salvare così la mappa del tesoro Shaolin.

Bellissimo!

Ciò che mi ha colpita di più sono stati i ragazzini. Perché è la prima volta che vedo dei bambini recitare in un film del genere. In effetti negli altri film che ho visto di bambini non ce n’erano. Invece questi piccoli guerrieri sono davvero forti. Buffi in certi casi, anche per via delle espressioni che fanno di tanto in tanto. Però davvero simpatici. E mi è molto piaciuto come sono stati costruiti come personaggi, soprattutto il modo in cui si instaura il rapporto di amicizia/fratellanza tra loro. Non occupa molto spazio nel film, ma con poche scene mirate viene perfettamente resa l’idea.

E ho pensato, vedendoli, al Guerriero Errante di Da Chen.

Menzione d’onore alla Nonna. Forse il personaggio più caricaturale del film. All’inizio appare come un personaggio marginale, la prima volta che la si vede si sta fingendo morta per portare a termine una truffa e solo in seguito, quando i soldati arrivano a casa del padre di Chu, abbandona i panni della truffatrice e della ladra, per mettere le sue doti di combattente al servizio di una causa giusta. È una donna anziana, che tuttavia fa cose straordinarie e batte anche avversari che possono apparire più forti di lei. Usa anche l’astuzia e intrattiene i ragazzi con la allegria. La sua morte è un vero sacrificio ed è molto commovente proprio perché tra tutti è il personaggio cui ci si affeziona con più facilità. Di Rosabella si diffida, come fa giustamente Qwan all’inizio, perché è bella, furba e abile nelle arti marziali, sempre pronta a prenderti alla sprovvista. Qwan è monolitico, fermo nelle sue convinzioni e deciso a portare a termine i compiti che si prefigge. I ragazzi… so’ ragazzi. Invece la Nonna è proprio un bel tipetto.

Questo film, quindi, forse non sarà un capolavoro e magari non aggiungerà nulla alla grande storia dei film di arti marziali, però a me è proprio piaciuto, perché è semplice, fresco, avventuroso e divertente.

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tags: cinema
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pubblicato sabato, 14 febbraio 2009, 09:47

Sotto un unico cielo?

 

Ecco, infatti, un altro film che narra le vicende legate al primo imperatore della Cina e in particolar modo ai vari tentativi di detronizzarlo e ucciderlo.

Per alcuni aspetti questo film (che ormai ha qualche anno) anticipa il più recente Hero di Zhang Yimou ed è facile fare dei paralleli tra i due film proprio perché ruotano in gran parte attorno allo stesso episodio. Tuttavia sono due tipi di narrazione e di regia completamente diversi.

L’Imperatore e l’assassino è un film lungo e molto lento, con una narrazione episodica e una recitazione a tratti molto teatrale, dove si cerca di tendere a un certo realismo scenografico e in cui manca del tutto il gusto per il combattimento.

 

Scheda tratta da FilmUp:

Ambientato nel III secolo a. C., è la storia del Re di Qin (Li Xuejian) ossessionato dall'idea di unificare la Cina e diventare primo imperatore. Per realizzare questa impresa la sua amante Lady Zhao (Gong Li, "Chinese Box", "Addio Mia Concubina") prepara un falso complotto contro il re, che appena "sventato" gli darebbe la scusa per invadere il regno di Yan, che ostacola l'unificazione. Prima che il piano venga terminato, il Re scopre un doloroso segreto sulla sua nascita: tale rivelazione scatena i suoi peggiori istinti che lo inducono ad attaccare selvaggiamente, massacrando tantissimi bambini, la patria di Lady Zhao che si vede a sua volta costretta a ribellarsi al suo amante. Con l'aiuto del Principe di Yan (Sun Zhou) Lady Zhao organizza un vero complotto per uccidere il Re: l'uomo scelto per la missione è Jing Ke (Zhang Fengyi, "Addio mia concubina") un assassino che ha però abbandonato la sua professione. Lady Zhao è subito attratta dall'uomo e tra i due sboccia presto l'amore, tanto che quando Jing Ke viene ucciso la donna si reca dal re per reclamare il suo corpo, dando luogo all'incontro finale in cui Lady Zhao condanna le terribili imprese del Re voltandogli le spalle e abbandonando la stanza, lasciandolo in completa solitudine a forgiare il suo impero del quale diventerà il primo imperatore. Diretto dal grande regista cinese Chen Kaige (vincitore a Cannes con "Addio Mia Concubina") è un film che descrive con cura un'epoca storica senza però essere un trattato di storia, una similitudine che non è comunque una ricostruzione reale degli avvenimenti accaduti. I personaggi con i loro sogni e le loro speranze danno vita al film in un continuo contrapporsi di scelte complicate che cambiano le loro vite: dal potere alla libertà, dalla guerra alla pace, dall'amore all'odio. "L'Imperatore e l'Assassino" rappresenta la maggiore impresa cinematografica cinese in termini di impegno artistico e finanziario ed è già pronto a diventare una pietra miliare del cinema epico a livello internazionale.

 

Personalmente non l’ho trovato un brutto film. Solo che è un po’ pesante. E, a discapito del titolo e a differenza di Hero, non mette a confronto due personalità forti come avrebbero potuto essere interpretate quella dell’imperatore Qui e dell’assassino Jing Ke, ma cerca di narrare in modo anche abbastanza fedele quella parte della storia sulla nascita della Cina. Per cui, ad esempio, l’imperatore Qui viene mostrato come un uomo abbastanza instabile e non molto lucido, il che corrisponde al vero in quanto a un certo punto della sua vita (a onor del vero dopo aver unificato i sei regni) fu ossessionato dall’immortalità e iniziò a fare delle cure per ottenerla, tra cui l’assunzione di alcune sfere di mercurio che in realtà ne accelerarono il decadimento anche psicologico, e viene dato spazio (cosa che in Hero non accade, perchè l’obbiettivo è puntato verso un’altra direzione) a tutta una serie di vicende di palazzo riguardanti al regina madre e il primo ministro. Ma anche nel mettere in scena Jing Ke, l’assassino, si mostra il momento in cui lui decide di non uccidere più (anche se poi cambierà idea), ma manca totalmente tutta la parte coreografica di duelli e combattimenti di spada. Inoltre si intuisce che Jing Ke ha riflettuto a lungo prima di cambiare vita e abbandonare la professione di sicario, così come è chiaro che l’incontro con la Donna di Zhao fa maturare in lui ulteriori cambiamenti (questo personaggio potrebbe essere il precursore di Spada Spezzata?), tuttavia a tutto questo non viene dato spazio per narrare delle conquiste del regno di Quin.

È più che altro un film storico. E, anche se nella prima parte ci sono diversi dialoghi in cui l’imperatore esprime con fiumi di parole il concetto che Zhang Yimou ha magistralmente riassunto nella frase “sotto un unico cielo”, lascia molto meno spazio di Hero alle interpretazioni e alle riflessioni filosofiche.

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tags: cinema
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pubblicato sabato, 14 febbraio 2009, 09:43

Questo film poteva davvero non piacermi. Innanzi tutto perché Jackie Chan non mi piace molto come attore, limite mio, senza dubbio, ma il tipo di film di arti marziali che Jackie Chan in genere interpreta non è quello che preferisco. Poi perché è un’americanata, una di quelle cose tipo “Un americano alla corte di Re Artù”… ecco, questo poteva essere “un americano nell’antica Cina”, anzi nella Cina Mitica, perché la Cina in cui si svolge la storia non è una Cina storica, ma è la Cina delle leggende.

Invece questo film mi è piaciuto moltissimo!!! Davvero, sono rimasta affascinata e coinvolta nella storia e rapita dalle ambientazioni, dalle citazioni e dalle coreografie dei combattimenti.

Ma andiamo con ordine. La storia è abbastanza semplice: Jason è un ragazzo americano dei giorni nostri, appassionato di film di Kung-fu, ma non proprio “il ragazzo dal kimono d’oro”, insomma è mingherlino, si appena trasferito in una scuola nuova, quindi non è che sia il massimo della popolarità e viene anche preso di mira dal classico teppista. Insomma, Jason è uno sfigato. Uno sfigato con una missione. Infatti una sera il teppista lo costringe a condurlo nel negozio cinese nel quale Jason è solito acquistare dvd per rubare i soldi all’anziano proprietario. Jason non si ribella, ma quando il teppista spara al vecchio le cose precipitano. L’anziano cinese affida a Jason un antico bastone e il ragazzo fugge, inseguito dai suoi aguzzini. Cade da un palazzo, ma… invece di morire si ritrova nell’antica Cina! Qui incontra Lu Yan un maestro di arti marziali che gli racconta di come il Re Scimmia sia stato trasformato in statua dal Generale di Giada e della leggenda che dice che un predestinato dovrà riportare al Re Scimmia il suo bastone magico per riportarlo alla vita e permettergli di sconfiggere il Generale di Giada (la storia prende le mosse da una parte del Viaggio in Occidente, per intenderci la leggenda di Son Goku).

Inutile dire che il suddetto predestinato a Jason.

I due iniziano quindi il loro viaggio. Presto a loro si unisce Golden Sparrow, una giovane orfana guidata dal desiderio di vendicare la sua famiglia uccisa dal Generale di Giada, e un monaco la cui missione è quella di guidare il Portatore del Bastone Magico. Lungo il cammino inoltre Jason impara il Kung-fu sia da Lu Yan che dal  monaco.

Alla fine, tra pericoli e insidie, il gruppo raggiunge il palazzo del Generale di Giada e lo affronta in uno scontro senza esclusione di colpi…

La storia in sé è semplice e destinata a un pubblico piuttosto giovane. È il tipico viaggio dell’eroe, in quanto Jason cambia, cresce e diventa uomo lungo il viaggio, affrontando le prove cui si trova di fronte, imparando il Kung-fu e tornando nel suo mondo rinnovato. È la storia di un rito di passaggio. Però è molto appassionante.

Ho poi trovato Jackie Chan più sopportabile. Di fatto quello che non mi piace nei suoi film è il fatto che siano sempre molto comici, anche le sue scene di combattimento sono spesso inframmezzate da piccole gag. Anche qui ci sono alcuni interventi simpatici nelle scene in cui combatte, però anche come mimica facciale è un po’ più contenuto e interpreta molto bene il suo personaggio. Un personaggio che è già una prima citazione: il maestro di arti marziali ubriaco! Un classico del wuxia pian! Che rimando, guarda caso, a quel Come Drink With Me che ha come protagonista la guerriera Golden Sparrow. E Golden Sparrow è anche il nome della ragazza che si unisce al gruppo di Jason e che non si limita a citare l’eroina classica nel nome, ma anche per il fatto di combattere con due pugnali.

Ma del resto l’inizio del film è una sequela di titoli di storici film di arti marziali, molti dei quali purtroppo mai giunti in Italia, ma noti agli appassionati, per cui non stupisce che lo sceneggiatore di questo film abbia voluto inserire alcune citazioni di classici.

Molto bella anche la prova di Jet Li. Ora, a me Jet Li piace. Lo so, ha una sola espressione. Mi rendo perfettamente conto che espressivamente non è un attore. Però a me piace quando combatte, nelle coreografie di combattimento starei a guardarlo per ore. Ad esempio, c’è una scena abbastanza lunga in cui duella con Jackie Chan e nella quale non dice una parola eppure… eppure sprigiona qualcosa. Sarà il modo in cui si muove? E comunque in questo film, dove interpreta il monaco, devo dire che è perfetta anche la sua espressione un po’ fissa, perché gli conferisce proprio l’aria del monaco serio e ligio alla sua missione.

Quindi bello tutto. Bella la storia, pur nella sua semplicità, buone le prove degli attori principali, compreso il giovane attore che interpreta Jason e che sa rendere bene la sua crescita anche nel modo in cui cambiano le sue espressioni e il suo sguardo, belli gli effetti speciali (che dai primi fotogrammi mi avevano invece un po’ impensierito), belli i paesaggi, sia quelli veri che quelli ricostruiti con la computer graphic, e bellissima la colonna sonora. La musica la voglio, devo assolutamente scaricarla perché è davvero molto evocativa. Molto belle le coreografie dei combattimenti. Di fatto è un film leggero e i combattimenti occupano buona parte della pellicola, ma non annoiano mai e non appesantiscono la narrazione. Sono molto ritmati e coreografati molto bene, anche quello finale che prevede diversi duelli paralleli.

Insomma, ero partita molto scettica e invece ho riso, mi sono anche un po’ commossa, mi sono lasciata del tutto coinvolgere da questa storia e il film mi è piaciuto moltissimo.

Resta un’americanata, ma un’americanata fatta bene. Ne era stato girato un altro di film americano che si ispirava a Viaggio in Occidente ed era stato anche mandato in onda su Italia Uno, ma quello era davvero inguardabile. Niente a che vedere con The Forbidden Kingdom che, pur non essendo un capolavoro, si difende bene.

Io mi sono divertita nel guardarlo.

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pubblicato martedì, 27 gennaio 2009, 13:17

IL CINEMA DI AZIONE E DI ARTI MARZIALI

Immagine di Dragons forever

 

SAGGI, ALACRAN EDIZIONI

 

Bellissimo!!! Per appassionati che vogliono approfondire la conoscenza di questo genere cinematografico, ma anche per neofiti che voglio informarsi e scoprire titoli e storia di un genere spesso in Italia poco noto. È triste, infatti, che l’autore, nel citare le opere in dvd, debba quasi sempre riferirsi all’edizione francese. La Francia… patria che ha una grande attenzione verso l’oriente, sia per quel che riguarda le scuole di arti marziali, che il cinema, che l’animazione.

Ma bando all’invia per i francesi!

Questo saggio, che si occupa prevalentemente del cinema Kung Fu e dei suoi derivati, raccontandoci in modo mai noioso e didascalico, la storia della sua evoluzione e dei suoi miti, dai registi, al attori e i produttori, offre una carrellata su un genere che soprattutto negli anni ’70 ha riscosso un successo pressoché mondiale, anche grazie a Bruce Lee. Tuttavia l’autore non ci fa mancare interessanti approfondimenti sul cinema Wuxia, dalle origini ai giorni nostri, sul Chambara e sui film di Ninja. Dedica anche un interessante capitolo alle eroine di questo genere di film, sfatando un po’ la visione esclusivamente maschile del genere e dei sui protagonisti.

Un saggio a 360° completo e attuale, in quanto non si limita a citare titoli e attori di culto nella cinematografia di genere, arriva fino a toccare opere recentissime come la trilogia Wuxia di Zhang Yimou o i wuxia-chambara coreani che abbiamo avuto il piacere di vedere grazie MTV.

Stefano Di Marino non spiega, racconta un genere e la sua storia e appassiona. È la sua non è solo la voce di un fruitore di questo genere, ma quella di un appassionato, di una persona che, come racconta lui stesso nell’introduzione, ha anche vissuto, e vive tutt’ora, le arti marziali in prima persona. Non c’è manierismo in questo saggio, ma sicuramente un interesse sincero che arriva al lettore. O per lo meno è arrivato a me, che ero ugualmente interessata.

Corredato dalle locandine, spesso originali, di molti film citati e da un’interessante bibliografa, questo saggio si presenta come un viaggio affascinante non solo in un genere cinematografico, ma anche nella storia di un luogo, Hong Kong, che di questo genere è patria.

Veramente, io l’ho trovato interessantissimo. Pur non trovandomi sempre d’accordo con l’autore.

 

Stefano Di Marino, infatti, ha scelto una linea molto chiara, che è quella di raccontare soprattutto il cinema di Kung Fu, ed è evidente che prediliga, anche quando si parla più specificatamente di Wuxia, un certo tipo di pellicole. Nessuna sorpresa quindi se nella parte finale dell’opera dichiara di preferire Tsui Hark ad Ang Lee o Zhang Yimou, in relazione alla rinascita del genere Wuxia e alla sua diffusione anche in occidente con pellicole come Seven Sword, La Tigre e il Dragone e La Foresta dei Pugnali Volanti.

Concordo con lui nel dire che Ang Lee e Zhang Yimou nei loro film hanno ripreso elementi tipici del genere Wuxia, non solo cinematografici, ma anche narrativi (non dimentichiamoci che il Wuxia è prima di tutto un genere letterario) e che non abbiano inventato nulla. Come sono abbastanza d’accordo nel dire che sono operazioni faraoniche, destinate a un pubblico ancor più vasto rispetto a quello cinese, che mettono in campo molti mezzi e grandi nomi. Su questo niente da dire. Tuttavia è anche innegabile, secondo me, che questi film, per quanto quasi filologici nel riproporre un genere, lo abbiano anche rispolverato, se non svecchiato, e che lo abbiano proposto al mondo in una nuova veste… più favolistica? Più affascinante? Può darsi.

Nel suo libro Di Marino spiega più volte come lo spaesamento del pubblico occidentale di fronte a Wuxia sia dovuto soprattutto al rapporto con l’elemento magico e fantastico, che nel Wuxia è dato per scontato e messo sullo stesso piano della realtà, senza che ad esso siano fornite spiegazioni di sorta. Dice anche che per affrontare questi film è necessario immergersi nella loro dimensione fantastica e accettarne le regole.

Ebbene, in questo concordo e proprio per questo motivo non concordo in toto con la sua lettura dei Wuxia più recenti e, se vogliamo, più commerciali. Essi ci trasportano in un sogno. E se guardando La Tigre e il Dragone a qualcuno (come è capitato a me) verrà voglia di scoprire anche i classici del genere… ben venga.

Io poi sono per una distinzione più netta del genere Wuxia dai film di arti marziali. Nel senso che, a parer mio (che vale come il due di picche, in quanto io sono una semplice spettatrice), i film di arti marziali, come possono essere quelli del Kung Fu, ma anche i Chambara giapponesi, essendo film più strettamente legati alla realtà, anche nella costruzione delle scene di combattimento, siano ascrivibili più al genere storico o al thriller o al poliziesco, a seconda dell’ambientazione e del tipo di storia che raccontano. Il Wuxia, invece, pur avendo nelle arti marziali un forte elemento di contatto con questi film, secondo me si discosta proprio perché caratterizzato da elementi fantastici che lo avvicinano ai nostri generi epico e fantasy.

Io ad esempio ho apprezzato moltissimo Seven Sword, pur preferendo la visione più onirica dei film di Ang Lee e Zhang Yimou, ma ho percepito con forza la differenza tra le due tipologie. Non si tratta solo di questioni stilistiche sulla tecnica registica o sulla costruzione dei combattimenti, ma è proprio un modo diverso di concepire la storia. Eppure anche in Seven Sword ci sono degli elementi che richiamano al fantastico e anch’esso è tratto da un romanzo classico.

Io quindi non li metterei in antitesi. Personalmente penso semplicemente che Seven Sword, e altri titoli, e La Tigre e il Dragone, e i suoi simili, appartengano a due scuole diverse di vedere e leggere il nuovo Wuxia. Nel caso di Hark abbiano una concezione più realistica e cruda, mentre in quello di Ang Lee c’è sicuramente una forte componente estetica e fantastica. Ma io li trovo ugualmente apprezzabili, i due volti del Wuxia, non necessariamente contrapposti.

Poi molto dipende anche dal gusto personale di chi guarda. Il mio Wuxia preferito è La Foresta dei Pugnali Volanti, non fatico ad ammetterlo, ma sarei felicissima di poter vedere, magari anche solo sottotitolato, un film come Zu di Hark.

Augurandomi quindi che altri titoli arrivino presto in Italia, consiglio umilmente la lettura di questo saggio e ringrazio l’autore per gli interessanti spunti di visione e riflessione che mi ha fornito.

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tags: cinema
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pubblicato sabato, 24 gennaio 2009, 11:20
Immagine di Volpe volante della montagna innevata

La storia si svolge nelle montagne innevate della Manciuria. Un mattino d'inverno, nel 1781, la Loggia dei Dragoni combatte contro la Compagnia dei Cavalli Saltanti per la conquista di uno scrigno segreto che dovrebbe contenere un prezioso pugnale, simbolo della Fratellanza marziale. Mentre i guerrieri sono impegnati in un duello senza esclusione di colpi, l'improvvisa comparsa sulla scena del Monaco determina un'inaspettata svolta nel corso degli eventi: è stato inviato dal Signore dei Rapaci a cercare aiuto per il duello Finale contro Volpe Volante. In attesa del grande scontro inizia la rievocazione di avventure, intrighi e lotte occorsi nel passato e che hanno come protagonista principale Volpe Volante, il valoroso guerriero che in ogni modo tenterà di mettere fine alla disputa vendicando così, una volta per tutte, la morte dei suoi genitori.
 
Questo libro mi è piaciuto anche se è una romanzo parecchio strano e nonostante non finisca, anzi ci lasci proprio col fiato sospeso. Ci sarà sicuramente un seguito, ma arriverà mai in Italia?
La storia è strana perchè per quasi tutto il libro ci sono vari personaggi raccolti in una sala che raccontano da vari punti di vista e in varie versioni numerosi avvenimenti che sono la causa della loro presenza in un castello sulla cima di un picco in pieno inverno. E così vengono anche svelati vari segreti che li riguardano e i vari legami che li uniscono.
Sono tutti delle canaglie odiose in definitiva e non c'è nessuno di loro che sia davvero degno di rispetto, benchè si definiscano tutti grandi e valorosi guerrieri.
Nesuno tranne una ragazza che guerriera non è, ma che è figlia di un famoso combattente che ha che fare con la storia e che arriva solo alla fine, e il giovane a causa del quale tutti sono lì, che si fa vedere solo due volte e che agisce davvero solo nel finale.
Ma questi due giovani che, anche se stanno insieme forse un'ora in tutto, si innamorano, sono senza dubbio le uniche persone degne di essere salvate su quella montagna.
Peccato che la storia si interrompa proprio metre il gruppo delle canaglie sta lottando per un tesoro, mentre il padre di lei e il nostro giovane eroe rischiano la vita lottando l'un con l'altro... invece che parlarsi! Perchè se il padre di lei sapesse chi è lui sarebbe felice di averlo come genero!!! Dannazione! Voglio il seguito e voglio sapere se per quelle due anime sfortunate finisce bene!!!
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pubblicato sabato, 10 gennaio 2009, 13:09

Questo è un film che trasuda tragedia fin dal primo fotogramma!!!

C’è da dirlo, i wu-xia coreani non sono raffinati ed eleganti come quelli cinesi di Zang Yimou o di Ang Lee, ma è anche vero che nella stessa produzione cinese sono questi ad essere delle perle rare nella massa di film che ogni anno vengono prodotti.

Ma non stiamo parlando di wu-xia in generale, ma di La Leggenda Del Lago Maledetto, un film con molti limiti, anche tecnici: una recitazioni terribilmente teatrale, che forse però concorre molto a creare quella atmosfera tragica (ma proprio da tragedia greca!), ed effetti speciali quanto mai discutibili, oltre le numerose ingenuità e scene inverosimili. Tuttavia non un brutto film. Un film per appassionati, magari non sol di wu-xia, ma anche di melodramma. Perché nessuno come gli orientali ha il senso del melodramma.

E del resto quando metti insieme una bella e affascinante regina a capo di un regno sull’orlo di una crisi di nervi, con ribelli dentro e fuori le mura del palazzo, per di più innamorata di uno dei suoi aitanti generali, che tuttavia non la ricambia perché innamorato (e ricambiato) di una dolce popolana, un ministro che congiura con dei generali arrivisti ed invidiosi del successo che il collega riscuote con la sovrana e uno spirito maligno e vendicativo che vuole uccidere tutti… beh, difficilmente non otterrai l’effetto tragedia.

E così il generale buono e fedele alla sua regina, tanto quanto al suo cuore, combatte mille battaglie tornando vittorioso (e le regina se lo mangia letteralmente con gli occhi), ma dedica la sua vita alla giovane moglie popolana, per la salvezza della quale a un certo punto perfino la fedeltà a un impero millenario vacilla. Sì, perché questo triangolo amoroso non sfugge agli occhi del perfino consigliere che fa in modo che la giovane moglie del soldato venga uccisa. La colpa sembra ricadere sulla regina gelosa, ma la fanciulla defunta ritorna dal regno dei morti… Tuttavia dentro di lei ora vive lo spirito vendicativo dell’ultimi capo delle tribù animiste che mille anni prima avevano abitato quella terra ed erano state sconfitte e trucidate dagli invasori. Lo spirito vuole vendetta sulla regina e sui suoi sudditi, ma la ragazza di cui ha preso il corpo vuole restare col suo amante… ah, lacrime a gogo. Combattimenti a fil di spada, tradimenti, intrighi… e alla fine l’inganno del ministro svelato, la regina sentimentalmente ferita che prova a togliersi la vita in nome del suo popolo di fronte allo spirito, i malvagi generali uccisi e il generale buono e virtuoso (e, pare, immortale… visto che con una punta di freccia piantata nel cuore va avanti a combattere per una buona mezz’ora) che affronta in duello lo spirito, uccide il corpo della moglie adorata, ma si lascia cadere con lei nel lago. I due amanti moriranno insieme? Resteranno insieme nella morte? No, perché con un ultimo atto d’amore, con un ultimo barlume di lucidità, lei lo spinge verso la superficie e lo salva.

Ah, ah, ah… LACRIME!!! Pianti!

Tragedia!

Ma bello! Bello come può essere un film come quello che ho descritto. Non c’è da aspettarsi nulla di più e nulla di meno.

C’è pure una scena che pare tratta dall’esorcista: l’immancabile monaco, custode dell’altrettanto immancabile spada sacra e prodigiosa, cerca di far uscire lo spirito maligno dal corpo della fanciulla gridando “Lascia questo! Te lo ordino! Lascia questo corpo!”, ma si tiene ben lontano e lei non gli vomita in faccia.

Tuttavia, nonostante i limiti, ringraziamo che sia arrivato in Italia. Certo, secondo me non è all’altezza di Sword in the Moon o Bichumbo – L’arte del segreto celeste, sempre coreani. Per alcuni aspetti lo definirei… Storia di Fantasmi Coreani. Però è già qualcosa averlo potuto vedere.

Ora mi piacerebbe vedere Wuji – The Promise, ma non si trova nemmeno fansubbato.

 

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pubblicato martedì, 06 gennaio 2009, 11:47

Chambara live action from Japan.

Sekigahara: Togukawa ha vinto contro Toyotomi, ma è chiaro che i suoi nemici non si daranno per vinti. Quindi il samurai Tessai viene incaricato di formare un gruppo di assassini il cui compito sarà uccidere i signori della guerra che si opporranno ai Togukawa.

Tessai viaggia per il Giappone e raccoglie dieci ragazzi orfani le cui capacità nelle arti marziali affina durante il corso di diversi anni trascorsi nell’isolamento di una montagna. Tra questi dieci c’è anche Azumi, l’unica ragazza, raccolta nel deserto mentre piangeva sul cadavere della madre.

Azumi, nel gruppo, è seconda, per abilità, solo a Itachi con il quale (lo vedrebbe anche un cieco) c’è un legame speciale. Tuttavia, prima di lasciare la Montagna per il mondo esterno, Tessai mette i ragazzi di fronte a una prova terribile: chiede di formare delle coppie con il compagno più caro e poi ordina loro di uccidersi a vicenda. I ragazzi esitano, finché Ukiya, il più determinato del gruppo a perseguire la missione, non uccide il suo compagno. Mentre attorno infuriano i duelli Azumi e Itachi si guardano. Azumi è combattuta, anche Itachi, ma alla fine lui sceglie di compiere il suo dovere. Tuttavia Azumi è un guerriera: si difende, lo attacca e lo uccide. Così Azumi è costretta a uccidere Itachi, per salvarsi la vita.

I cinque superstiti, quindi, partono insieme al loro maestro e arrivano in un villaggio nel quale si sta compiendo una massacro ad opera di alcuni feroci guerrieri. Azumi e i ragazzi vorrebbero aiutare la popolazione, ma Tessai glielo impedisce ricordando loro che hanno una missione da compiere. Tuttavia Azumi incrocia lo sguardo con una madre che sta tentando di mettere in salvo la figlia e rivive il dramma della sua infanzia. Ma la fedeltà al maestro le impedisce di intervenire.

Subito dopo i ragazzi e il vecchio incontrano un ninja, Nagato, che consegna loro il breve, ma significativo, elenco coi nomi di coloro che andranno eliminati: Asano Nakamasu, Sanada Masayuki e Kato Kiyomasa.

L’Assassinio di Asano avviene in fretta, ma l’uomo pone ad Azumi una domanda: perché? Perché una ragazza così giovane e carica provoca la morte?

I dubbi sembrano sempre di più invadere il cuore e la mente di Azumi, che si domanda fino a che punto sia giusto dare la morte o rimanere indifferenti di fronte a coloro che portano la morte.

Ma Azumi e i suoi compagni non hanno tempo per riflessioni filosofiche, perché non hanno fatto i conti con Kanbei, capitano dei samurai di Kato Kiyomasa, e con i suoi ninja che danno loro del gran filo da torcere e riescono anche a fregarli con il trucco del kagemusha.

Per fortuna però il ninja Nagato è in allerta per proteggere i ragazzi, che nel frattempo (credendo di aver ucciso Kiyomasa) si godono un po’ di relativa pace e partecipano a una festa di paese dove incontrano degli artisti di strada. Azumi guarda le ragazze con ammirazione: il suo lato femminile si sta lentamente risvegliando.

Dunque, da una parte Kanbei fa assoldare dei malviventi per rintracciare i ragazzi, dall’altra uno dei ragazzi, che era stato colpito dalla lama velenosa di un ninja, rischia la morte. Purtroppo a farne le spese sono gli artisti di strada che i ragazzi hanno incontrato alla festa, perché i malviventi decidono di attaccarli al posto dei ragazzi che stanno cercando, ma è solo una scusa per violentare le ragazze.

C’è da dire che questo film non si risparmia in crudezza di personaggi e situazioni, anche se, chiaramente, è molto meno duro ed esplicito (a volte fin anche ridicolo) di come sarebbe un film occidentale.

Cmq, Azumi e i suoi compagni arrivano in soccorso delle ragazze, ma ne riescono a salvare solo una. Solo che al ritorno dal maestro scoprono che il loro compagno avvelenato sta per morire e che l’uomo lo vuole abbandonare al suo destino. Stanca e indignata Azumi si ribella, prima a parole, poi con la spada, contro il suo maestro e il gruppo si sfalda.

Ma i ninja di Kanbei attaccano con un nuovo elemento, fatto uscire apposta di prigione… un tipo logorroico, vestito di bianco, truccato e con una rosa in mano. Terribile. Cmq, un altro del gruppo muore duellando con lui: -2.

Azumi resta sola con la ragazza e non sa che fare.

Molto bella la scena in cui Azumi e la ragazza che hanno salvato discutono sul futuro di Azumi, perché sembra quasi un dialogo allo specchio. La ragazza rappresenta ciò che Azumi avrebbe potuto essere, e forse potrebbe ancora diventare se abbandonasse la strada della morte e della vendetta. È come se la Azumi guerriera si confrontasse con la Azumi ragazza, senza riuscire a scegliere. Anche se continua il viaggio con lei e lentamente riscopre il suo essere donna nella prima amicizia femminile della sua vita.

Tutto questo mentre il nemico assolda altri scagnozzi e i ragazzi rimasti si preparano alla battaglia per uccidere Kiyomasa. Ma la loro è una missione suicida: il maestro viene catturato e i due ragazzi che erano rimasti con lui muoiono (Ukiya di sicuro, l’altro si vedrà).

Ma poiché il mondo di Azumi è un mondo di violenza, proprio quando sembrava che lei potesse abbandonare la via della spada, un gruppo di briganti aggredisce lei e la sua amica. Impotente, privata della sua arma, di fronte alla violenza che i briganti stanno per compiere sulla ragazza e su di lei, Azumi ritrova il suo spirito guerriero: sottrae la spada all’aggressore e lo uccide, iniziando una nuova carneficina.

Azumi dichiara di non avere alcuna scelta e di essere costretta a uccidere, ma secondo me invece lei sceglie liberamente di uccidere, sceglie di essere una guerriera e quindi una portatrice di morte in risposta al mondo che la circonda. Così come ha scelto nel momento in cui ha ucciso Itachi. Motivo per cui, secondo me, non c’è una storia d’amore vera e propria in questo film, ma solo qualche breve rapporto d’amicizia: perché nel momento in cui si sceglie la morte, si sceglie anche la solitudine. Ma questa è la mia personale visione della cosa.

Cmq, ormai Azumi è l’ultima rimasta del gruppo di assassini e deve liberare il suo maestro catturato e far fuori i cattivi. E, puntualmente, come una dea della morte, scende sul campo di battaglia per affrontare i suoi nemici.

Ora, immaginatevi la scena: una ragazzina contro un centinaio di omoni armati fino ai denti… Ma lei è Azumi. Ne fa secchi più che può, ritrova l’ultimo superstite del suo gruppo (ne era rimasto uno), affronta il tipo vestito di bianco con una spada infuocata e dopo un duello, girato talmente sottosopra da farmi venire mal di stomaco, lo uccide.

Vince, ma a che pro? Il maestro muore, la libera dalla missione, le dice di vivere la sua vita e muore.

Azumi piange per la prima volta. Una pioggia fitta cade su un campo di battaglia dove lei pare essere l’unica sopravvissuta (pare perché poi scopriremo che non è così, perché il solito suo compagno che sembra morire invece è ancora vivo… ‘n’altra volta).

A questo punto, memore della parole della sua amica che le aveva detto che l’avrebbe aspettata al suo villaggio facendole trovare una casa qualora avesse abbandonato la via della spada, mi aspettavo che Azumi partisse per tornare dall’amica; invece no.

La scena si sposta su una nave. Non si sa bene come ci sia arrivata, ma Azumi uccide Kiyomasa, poi la ritroviamo sul campo di battaglia a recuperare il compagno superstite. E alla domanda di lui "che cosa dovremmo fare adesso?” lei risponde citando i tre nomi della lista, perché ancora non hanno ucciso Sanada Masayuki…

I due camminano tra i cadaveri dei nemici, verso l’ultima mortale tappa della loro missione.

 

Un po’ film storicheggiante, un po’ Naruto. Questo film non si può certo definire bello. Ha gli stessi difetti del film di Basilisk:  una regia lenta, una recitazione un po’ teatrale ed effetti speciali un tantino pacchiani, sia visivi che sonori. Inoltre è pure un tantino splatter, ma questo sarebbe il meno e ci potrebbe anche stare visto il genere di storia.

Eppure, nonostante certi aspetti ridicoli, tipici dell’ingenuità e della teatralità del cinema nipponico, questo film mi è piaciuto abbastanza. Mi è piaciuta la storia, ma soprattutto mi è piaciuta la protagonista, anche se tutti i suoi tormenti interiori potevano essere ben più che ampliati. Sono chiari (o per lo meno sono stati chiari a me) perché i giapponesi hanno il dono di narrare molto bene con immagini forti ed incisive, ma a un osservatore meno attento magari sarebbero sfuggite certe sfumature della psicologia di Azumi. Psicologia che è tutto ciò che tiene insieme una trama non originalissima, almeno per genere, e intervallata da duelli tanto lunghi quanto improbabili.

Se fosse stata una serie animata in 26 episodi probabilmente lo avrei adorato. Ci sarebbe stato il tempo per approfondire storia e personaggi, ma soprattutto avrei sorvolato su certe scene che in un live action invece che essere spettacolari sono solo ridicole. Lo stesso cattivone vestito di bianco, che sembra Orochimaru, se fosse stato in un anime non sarebbe apparso così… beh, così ridicolo.

Nell’insieme quindi non mi è dispiaciuto e sono anche contenta di averlo visto. È nelle mie corde, questo è sicuro. Però io non avrei optato per il live action per narrare questa storia.

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pubblicato domenica, 04 gennaio 2009, 14:15

Trama

L’imperatore cinese è in difficoltà: il ribelle Wan Cho si è impossessato della capitale Changan e le sue orde imperversano per il paese. Incapaci di affrontare da soli la minaccia, i cinesi decidono di avvalersi dell’aiuto di un khan tartaro, noto come Drago Verde; questi ha tredici figli, che sono considerati i più forti guerrieri in circolazione: fra loro predilige Li Tsun-hsiao (David Chiang), al quale affida il comando per una rischiosa incursione a Changan. L’operazione fallisce a causa delle rivalità che sorgono fra i tredici fratelli, ma comunque la capitale viene riconquistata a seguito di un errore del nemico.

A questo punto l’infido ambasciatore cinese comincia a temere che i tartari possano avere delle mire sul territorio e decide di eliminare il Drago Verde: prende così contatto con i figli scontenti per organizzare una trappola mortale…


Anche questo è un film per il quale, visto oggi, bisogna necessariamente avere un po’ di indulgenza e consapevolezza del fatto che è un “classico”, un film datato, ma che comunque fu importante all’epoca della sua uscita.

Ha, infatti, numerosi limiti: la trama a volte non sembra seguire una logica convincente e in più passaggi il ripetersi delle situazioni rende l’avanzare della storia un po’ pesante. Tuttavia non manca di colpi di scena e ribaltamenti di situazioni.

Così come per Heroes Two, non lo definirei propriamente un wuxia (anche questa non è strettamente una storia di cavalieri erranti), ma è comunque un dramma pseudo-storico di arti marziali. Una storia incentrata su rivalità e tradimenti che mette in scena cruente scene di combattimento, senza rinunciare a un accenno ai sentimenti.

Colpisce ad esempio la scena nella quale Li Tsun-hsiao, caduto nella trappola di due fratelli traditori, viene squartato dai quattro cavalli a cui le sue estremità sono state legate. La scena non solo tiene col fiato sospeso, ma pone lo spettatore di fronte a un’evoluzione inaspettata della storia.

Li Tsun-hsiao, infatti, è il vero eroe del film, il personaggio principale attorno al quale sono state fatte ruotare fino a quel momento le vicende (tanto che c’è quasi da domandarsi se era necessario dare al Drago Verde 13 figli, invece che un numero inferiore). Ci si aspetta che qualcuno dei suoi fratelli o il padre stesso sopraggiungano ad aiutarlo, a salvarlo dalla trappola mortale ordita dagli invidiosi fratelli. Invece… invece quella scena lascia lo spettatore del tutto spiazzato e apre le porte dell’ultima parte del film, nella quale si compie la vendetta dei figli superstiti del Drago Verde.

E’ la scena che vale il film.

Un film che non coinvolge certo per il ritmo incalzante, ma che all’epoca deve aver acceso gli entusiasmi degli spettatori per le numerose scene corali di combattimento e per la buona ricostruzione storica.

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